Il mullah Omar, capo dei Taliban, sarebbe deceduto nel 2013 per cause del tutto naturali in un ospedale di Karachi, in Pakistan. Più precisamente per tubercolosi, come ha rivelato al quotidiano pachistano The Express Tribune Abdul Hassib Seddiqi, del Dipartimento afghano di sicurezza nazionale (Nds).

E’ già stato identificato da suo figlio ed è seppellito sul versante afghano“, avrebbe confermato una fonte anonima.

Il governo di Kabul resta però orientato verso la cautela. Il presidente Ashraf Ghani non è infatti in grado di fornire ulteriori ragguagli in merito alla vicenda, mentre tra i seguaci della “primula rossa” di Kabul  prevale la certezza. “E’ vivo”, e “le voci sulla sua morte sono senza fondamento“, insistono Zabihullah Mujahid e Qari Yousef Ahmadi,  i due portavoce dei talebani.

Assadullah Khalid – che dal 2012 al gennaio del 2015 è stato al vertice dell’intelligence afghana – non si scompone: “I servizi segreti locali sapevano da anni che che era morto“.

E attraverso il suo portavoce Eric Schulz anche la Casa Bianca ha confermato di “ritenere  credibili” le indicazioni sul decesso di Omar.

Le ipotesi sulla reale sorte del leader si erano alternate in questi ultimi tempi. Per alcuni il religioso era stato catturato nel 2010 e poi ucciso nel 2011; altri invece hanno sempre sostenuto che fosse  in ottima salute.

Nello scorso aprile, in occasione del 19° anniversario della sua nomina a comandante supremo, i Taliban ne avevano diffuso un’ampia biografia, volta a smentire qualsiasi illazione.

Mohammed Omar Mujahid (questo il suo vero nome) era nato nel 1959 in un piccolo villaggio nei pressi di Kandahar e si era dedicato allo studio dei testi sacri. Di etnia pashtun, aveva  poi partecipato attivamente alla lotta dei mujhaiddin contro l’invasione dell’Afghanistan da parte dei sovietici, definitivamente sconfitti all’inizio degli anni ’90.

Le circostanze di instabilità politica e sociale in un territorio martoriato da anni di guerre e lacerazioni interne gli consentirono infine di emergere come guida spirituale dei giovani religiosi integralisti, i futuri Taliban.

Dal 1994, per sette lunghi anni, Omar riuscì a mantenere le redini del paese, che nel 2007 – per sua iniziativa – divenne ufficialmente l’Emirato Islamico dell’Afghanistan, soggetto alla più rigida interpretazione della sharia.

L’attacco occidentale seguito agli attentati di New York e Washington del 2001 coincise con la sparizione del mullah dallo scenario locale. Intorno alla figura di questo personaggio emblematico iniziarono ad aleggiare  le leggende più disparate e controverse.

Omar si diede alla latitanza e divenne uno dei terroristi più ricercati al mondo. Gli Stati Uniti arrivarono a promettere 10 milioni di dollari in cambio della sua cattura.

Il sito web degli studenti coranici continua ancora oggi a diffondere messaggi attribuiti lui: uno dei comunicati diffusi solo qualche giorno fa esortava esplicitamente  gli insorti  a un dialogo fattivo con la delegazione del presidente  Ghani.

Del resto, il 31 luglio dovrebbero riprendere a Islamabad i colloqui tra i ribelli integralisti e  i rappresentanti governativi. Secondo i servizi di informazione pachistani (Isi) le notizie relative alla scomparsa del misterioso mullah sarebbero quindi “mere speculazioni” finalizzate “a far fallire i colloqui di pace inter-afghani che si stanno svolgendo in Pakistan“.

Ai Taliban  fautori della riconciliazione con l’esecutivo di Kabul, capeggiati da Akhtar Mohammad Mansoor si oppone infatti l’intransigenza dei seguaci di Mohammad Yaqoob, primogenito di Omar. I contrasti tra le due fazioni contrapposte avrebbero dunque ritardato le trattative di pace, iniziate e subito interrotte il 7 luglio scorso.

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