La Nato (riunitasi ieri in sessione straordinaria a Bruxelles su esplicita richiesta turca)  ha pesantemente condannato gli attentati subiti dalla Turchia per mano dell’Is e del Pkk e avallando i raid aerei su Siria e Iraq ha espresso anche una “forte solidarietà con l’alleato, per porre fine all’instabilità non solo nel suo territorio ma anche ai confini dell’Alleanza Atlantica“, come precisato dal segretario generale Jens Stoltenberg.

Ad Ankara è giunto inoltre l’invito a un “uso proporzionato della forza” nel contrasto al Partito dei Lavoratori del Kurdistan per non rischiare di precludere eventuali soluzioni politiche all’annosa controversia con l’organizzazione eversiva.

Di fatto, però, la tregua siglata nel 2013 con il leader separatista Abdullah Ocalan è già stata  violata e il presidente Recep Tayyp Erdogan non ha nascosto “l’impossibilità di continuare il processo di pace con chi minaccia unità e fratellanza nazionale“. La Turchia proseguirà dunque “in operazioni militari simultanee” contro  curdi e jihadisti.

Nel corso della notte i caccia F-16 di Ankara hanno ripetutamente bombardato tre postazioni curde del Pkk nell’area di Sirnak (nel cuore dell’ Anatolia). Altri obiettivi strategici sono stati distrutti nel nord dell’Iraq. Un poliziotto turco sarebbe inoltre stato rapito dalle milizie islamiche a Dyarbakir, nel sud del paese.

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Una zona particolarmente martoriata, questa. “Se le operazioni militari continueranno, la regione soffrirà  ancora di più. Qui c’è bisogno di pace, non di guerra“, è il laconico commento di Ekrem Kaya, un residente locale di etnia curda. “Non credo nemmeno io che l’appoggio della Nato a Erdogan possa portare prosperità e serenità“, gli fa eco Mehmet Geylani. “Se così fosse qui la gente sarebbe stata meglio anche prima“.

Una certa perplessità in merito alle manovre belliche promosse dal capo di stato turco è stata avanzata anche da mons. Georges Abou Khazen, vicario apostolico dei latini di Aleppo: “Se è una lotta all’Is va bene“, ha commentato, “ma se è una scusa per combattere i curdi e aumentare confusione e violenza allora non è un segnale positivo. Sappiamo bene che la Turchia ha permesso ai guerriglieri del Califfato di entrare nel paese, armarsi e addestrarsi“.

Il presidente ha sempre assicurato di voler combattere il Pkk e lo Stato Islamico in misura analoga. I fatti però tendono a proporre uno scenario alquanto diverso.

Gli attacchi aerei rivolti ai curdi risultano più numerosi di quelli sferrati contro gli uomini di al-Baghdadi e l’esercito turco ha persino colpito territori controllati dal Pyd (Partito di unione democratica), l’alleato siriano del Pkk che aveva strappato alle truppe califfali vaste aree nel nord della Siria.

All’inizio del suo mandato Erdogan ha mantenuto le promesse elettorali (uguaglianza dei diritti civili per i credenti e miglioramento delle condizioni di vita della popolazione) ma con una tolleranza mai nascosta verso la corruzione è riuscito ad asservire i media, a limitare il potere dei magistrati e a vincere tre elezioni consecutive.

Come tutti i musulmani conservatori  (il fondamentalismo dell’Is rappresenta la versione esasperata del sunnismo) ha sempre mostrato avversione per gli sciiti, ritenuti eretici e pericolosi. Allorché nel 2011 la guerra civile divampò in Siria non esitò sostenere i siriani sunniti insorti contro il regime alawita (sciita appunto) di Bashar el- Assad.

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Le stesse trattative di pace con il Pkk  furono dettate da un esclusivo calcolo politico: i curdi più intransigenti – tra cui Erdogan aveva già raccolto ampi consensi per ragioni di ordine religioso – rappresentavano una base elettorale importante che avrebbe potuto garantirgli nuovamente la maggioranza assoluta dei voti in vista delle elezioni imminenti nel paese. Invece il 7 giugno scorso le preferenze dei curdi convogliarono verso il più progressista e pluralista Partito democratico dei popoli (Hdp),

Ed ecco quindi che il  parlamento della Mezzaluna si appresta  ad affrontare in aula una questione delicata e spinosa sollevata dallo stesso Erdogan: la possibile revoca dell’immunità parlamentare per i deputati di quella formazione, sospettati di connivenza con gruppi terroristici locali, dal momento che “chi mette a dura prova la tolleranza della gente e dello stato riceverà al più presto la risposta che merita“.

La nostra sola colpa è quella di aver conseguito il 13% dei voti alle elezioni politiche“, si è difeso Selahattin Demirtas, leader dell’Hdp. Ma la sua replica è stata ignorata, poiché per riconquistare l’egemonia perduta alle urne il presidente turco deve assolutamente riuscire a conquistare la simpatia dell’estrema destra, ultranazionalista e contraria a qualsiasi intesa con la controparte curda.

In quest’ottica dovrebbe essere inquadrato anche il rinnovato accanimento governativo contro gli antichi nemici del Pkk:  una mossa rischiosa, ancora una volta pianificata per fini politici che potrebbe però  innescare la miccia di un’altra guerra civile a livello nazionale.

Gli Usa avevano da tempo decifrato il comportamento ambiguo della Turchia ed erano a conoscenza della connivenza di alcuni funzionari turchi con lo Stato Islamico. Non a caso avevano programmato l’intervento in Siria dello scorso maggio, nel corso del quale venne  ucciso Abu Sayyaf. Apparentemente un ufficiale al servizio dello Stato Islamico, ufficiosamente l’unico autorizzato a rifornire i turchi con il petrolio estratto illegalmente dai pozzi del Califfo.

Forse Ankara sta ancora mantenendo rapporti opachi con le autorità di Raqqa e il supporto alla Coalizione internazionale a guida Usa è soltanto un ennesimo stratagemma di Ergogan. Di certo comunque la Turchia continua a sostenere attivamente il Fronte al-Nusra, formazione islamista di stampo sunnita tuttora dominate nella Siria occidentale.

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