Sui talebani afghano-pakistani incombe la minaccia del proclamato “Stato Islamico di Khorasan”, destinato a estendere l’influenza califfale anche su quella vasta area che dall’Afghanistan giunge fino all’India.

Con l’ausilio di almeno 300 “studenti coranici” appositamente assoldati, il leader del taliban pakistani (Ttp) Hafiz Khan Saed – da gennaio ufficialmente al servizio di Abu Bakr al-Baghdadi – sarebbe già riuscito non solo a edificare infrastrutture sociali e basi operative in tutta la zona a lui affidata, ma anche a spargere il terrore tra i residenti.

Un crescendo di azioni sanguinose, che spaziano dalla strage compiuta lo scorso dicembre nell’accademia militare di Peshawar all’attentato rivolto alla banca di Jalalabad, avvenuto quattro mesi dopo. Episodi a cui va aggiunto l’eccidio di tutti più fedeli seguaci del mullah Omar.

L’istituzione del Califfato di “Khorasan” (denominazione tratta dalla cellula jihadista più temibile della Siria) è finalizzata sostanzialmente alla destabilizzazione dell’India. Il progetto distruttivo elaborato dalle autorità dell’Is viene minuziosamente descritto in un dossier di 32 pagine redatto in urdu, dal quale si evince che i miliziani islamici del Pakistan sarebbero intenzionati a investire il paese limitrofo con ripetuti attacchi terroristici di enorme rilievo, per “innescare un’apocalisse” di ampia risonanza e costringere New Dehli al conseguente utilizzo di armi atomiche a scopo di difesa.

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Un altro fronte emblematico di lotta  è rappresentato dal contesto operativo di Jalaluddin Haqqani, un veterano del conflitto che negli anni ’80 oppose i mujhaiddin afghani alle truppe sovietiche di invasione.

A suo tempo prezioso alleato di Al Qaeda (fu il primo a siglare un’intesa con Osama bin Laden) è ora Emiro dei Taliban afghani e membro effettivo della “shura” di Quetta, un organismo unicamente consultivo (di matrice jihadista) che coinvolge anche gli alleati pakistani.

Insieme al figlio Sirajuddin (gli Usa hanno indetto una taglia pari a 5 milioni di dollari per la sua cattura), l’ex comandante mujhaed detiene anche la leadership del gruppo meglio addestrato, armato e organizzato tra le falangi Taliban sopravvissute ai recenti sconvolgimenti bellici e politici registrati in Afghanistan. Un esercito di combattenti fedeli e audaci, pronti ad affrontare qualsiasi evenienza e a morire “in nome di Allah”.

I numerosi insediamenti militari situati alla frontiera con il Pakistan consente agli Haqqani un monitoraggio continuo delle manovre in atto nel territorio da loro controllato.

L’alto grado di corruzione di cui soffre l’intelligence di Islamabad e il sostegno incondizionato di Ayman al-Zawahiri – tuttora al vertice del ramo pakistano di al Qaeda – potrebbero del resto agevolare l’ascesa di entrambi all’ambito ruolo di “sheik” dell’Af-Pak, ossia Afghanistan-Pakistan.

Rispetto al neo governatore di “Khorasan” tuttavia, il vecchio Haqqani nutre ambizioni più modeste e dalle conseguenze certamente meno devastanti sul piano della sicurezza internazionale. L’anarchia dilagata in seguito al ritiro delle truppe occidentali dall’Afghanistan e la debolezza mostrata dal presidente Ashraf Ghani hanno infatti seriamente contribuito a riesumare i vecchi rancori e le antiche velleità egemoniche tra i locali clan rivali. Un’occasione imperdibile.

Un contesto davvero  ideale per riuscire a imporre la propria autorità sulle varie fazioni Taliban (compresa Hekmatyar), rovesciare l’attuale regime di Kabul e (sull’esempio ammantato di leggenda del suo predecessore Omar) impugnare finalmente le redini di un paese unificato, assoggettato a un’intransigenza non certo migliore di quella ostentata dal mullah Omar,

L’Asia centro-meridionale pare dunque destinata a non avere pace.

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