Orrore e indignazione per la morte di Alì Saad, piccola vittima palestinese dell’estremismo ebraico. L’attentato incendiario  che oggi ha colpito due edifici di Douma, a nordest di Ramallah è stato siglato in modo inequivocabile: “Vendetta“.

La medesima scritta – accompagnata come sempre dalla croce di David – aveva contrassegnato il precedente attacco incendiario alla Chiesa del Miracolo dei Pani e dei Pesci, nei pressi del lago di Tiberiade ed era stato il marchio di rivendicazione per la feroce esecuzione di Mohammed Abu Khdeir, rapito lo scorso anno a Gerusalemme Est e arso vivo in una foresta circostante.

La strategia operativa adottata dai gruppi eversivi nazionalistici (intenzionati a creare i presupposti di una guerriglia civile nella West Bank) è pericolosamente simile a quella già ampiamente collaudata dai guerriglieri islamici. Per questo il premier Benjamin Netanyahu ha subito evocato lo spettro di un “terrorismo ebraico” che potrebbe innescare meccanismi di rivalsa dalle conseguenze destabilizzanti e pressoché imprevedibili.

Il quotidiano israeliano Yedioth Aharonot (uno dei più diffusi nel paese) ha addirittura coniato il termine  “jihadismo ebraico” per definire l’importanza di un fenomeno ampiamente devastante che preclude seriamente ogni possibilità di giungere a un accordo di pace con i palestinesi.

Sull’ennesimo caso di violenza stragista è intervenuto anche il presidente di Israele Reuven Riblin: “I responsabili di questi atti odiosi” , ha tuonato, “vanno assolutamente portati davanti alla giustizia“.

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