Assai deludente e forse troppo dispendioso, il programma elaborato nel 2013 dalla Central Intelligence Agency per addestrare e armare i più rilevanti nuclei siriani di opposizione al regime verrà dunque definitivamente accantonato. La scarsa efficienza dei combattenti (spesso sconfitti dagli avversari e quindi costretti a cedere il controllo di svariate roccaforti) e soprattutto l’impellenza di debellare lo Stato Islamico avrebbero insomma indotto la Casa Bianca a ponderare una drastica revisione della strategia bellica adottata dall’ex leader Barack Obama.

Concordato circa un mese fa con il capo della struttura interessata Mike Pompeo e il Consigliere per la Sicurezza Nazionale Herbert Raymond  McMaster, il provvedimento – in base a quanto  recentemente trapelato dalle colonne del quotidiano The Washington Post – andrebbe sostanzialmente ricondotto al tentativo del presidente Donald Trump di instaurare un proficuo e inedito rapporto di collaborazione con l’omologo d’oltreoceano Vladimir Putin, storico alleato di Damasco e Teheran e pertanto acerrimo antagonista della coalizione arabo-occidentale assemblata da Washington.

A Syrian national flag flutters near a general view of eastern Aleppo after Syrian government soldiers took control of al-Sakhour neigbourhood in Aleppo, Syria in this handout picture provided by SANA on November 28, 2016. SANA/Handout via REUTERS ATTENTION EDITORS – THIS IMAGE WAS PROVIDED BY A THIRD PARTY. EDITORIAL USE ONLY. REUTERS IS UNABLE TO INDEPENDENTLY VERIFY THIS IMAGE. – RTSTSH1

Non è escluso che la palese incisività deol Cremlino nella lotta al radicalismo (assurta ormai a priorità assoluta della comunità globale) possa aver influito sulla revoca del piano di assistenza indiscriminata agli insorti, che teoricmente rimarrà quindi circoscritto alle Syrian Democratic Forces a maggioranza curda impegnate nella fatidica campagna per la liberazione di Raqqa (captale de facto del Daesh).

Il sospetto che, soprassedendo alle antiche ostilità e a dispetto dell’inchiesta federale in corso sull’ingerenza russa nella competizione presidenziale, l’attuale amministrazione stia incautamente tentando di accattivarsi la fiducia dei rivali continua però ad aleggiare ovunque.

A minimizzare la questione ha tuttavia provveduto il generale Tony Thomas, responsabile delle operazioni speciali condotte dall’esercito statunitensi: “E’ stata una decisione davvero molto sofferta, ispirata, suppongo, da un’attenta valutazione delle finalità insite nel progetto stesso. Non si tratta assolutamente di una concessione alla Russia. Stiamo solo cercando di individuare nuove opportunità di interazione con gli altri protagonisti del conflitto, in modo da accelerare il declino dei jhadisti“.

Peccato sia in pochi a credergli, a fronte dell’attestata collusione con Mosca con alcuni membri dello staff istituzionale, non ultimi  Donald Trump jr. e Jared Kushner, rispettivamente primogenito e genero del tycoon.

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