Approvata all’unanimità dalla House of Representatives, la proposta di legge inerente un aggravio di sanzioni a carico di Russia, Repubblica Islamica delI’Iran e Corea del Nord (emblematicamente definite “le più pericolose per i nostri interessi vitali e  la stabilità degli stati limitrofi” dal  deputato conservatore Ed Royce, al vertice del Foreign Affairs Committee) approderà a breve al vaglio del Senato.

Spetterà poi alla Casa Bianca decidere se avallarla (ammettendo implcitamente l’interferenza russa a danno dei democratici  nella competizione elettorale) o porre  invece un veto passibile di scatenare una tempesta politica inedita, dal momento che alcuni funzionari amministrativi risultano tuttora indagati dal Federal Bureau of Investigation per collusione con la seconda potenza nuclare del pianeta.  L’unica certezza è che la leadership attualmente in carica non avrà la facoltà di procedere a un alleggerimento delle misure punitive senza previa autorizzazione parlamentare.

Un duro colpo per il presidente Donald Trump, da sempre incline al consolidamento dei rapporti con l’omologo d’oltreoceano  Vladimir Putin, regista occulto della sua repentina e controversa ascesa al potere. “Ciò avrà un impatto molto negativo sul processo di normalizzazione dei rapporti bilaterali e suppongo che la situazione sia destinata a peggiorare“,  si è limitato  a sottolineare Kostantin Kosachyov, autorevole membro del Sovet Federatsii (camera alta dell’Assemblea Federale russa).

Nell’insediamento del tycoon allo Studio Ovale infatti, Mosca aveva inizialmente individuato il presupposto di un graduale riavvicinamento a Washington, dopo la crisi esplosa nel 2014 in concomitanza con l’invasione della Crimea.

Aspettative assolutamente disattese per il viceministro degli Esteri Sergej Ryabkov, convinto che “nonostante i reiterati moniti”, gli statunitensi si stiano addentrando “in un territorio inesplorato e diplomaticamente insidioso”, pertanto gravido di pesanti incognite. “Farebbero meglio a ricordare che in Russia continuano a circolare troppe spie sotto copertura”, ha provocatoriamente aggiunto. “E non è escluso  che per ritorsione contro l’espulsione di 35 nostri rappresentanti sancita lo scorso anno dalla  precedente amministrazione ad alcune di loro venga imposto il rimpatrio coatto“.

Il varo della mozione da parte del parlamento a stelle e strisce ha del resto sconcertato anche il regime di Teheran, che sta quindi meditando l’adozione  di provvedimenti drastici e incisivi volti a vendicare sia  la penalizzazione dei soggetti coinvolti (direttamente o meno) nel progetto atomico che l’embargo sulle armi imposto alle prestigiose forze speciali dell’esercito, universalmente note in termini di Revolutionary Guard Corps. “Gli Usa si pentiranno della decisione presa”, ha tuonato il capo di stato Hassan Rouhani. “L’accordo sul nucleare siglato nel 2015 ne risentirà e l’Iran non ne trarrà alcun beneficio. Se dovessero inficiarlo, parzialente o meno, noi agiremo di conseguenza“.

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