Ormai stanco di mantenere una parvenza di tolleranza, il leader russo Vladimir Putin si è sentito in dovere di reagire all’atteggiamento “rozzo e irrazionale” dei rivali staunitensi, con i quali – a fronte del progressivo allontanamento subentrato alla crisi ucraina e complice l’alternanza al vertice della Casa Bianca –  avrebbe sperato  di poter ripristinare relazioni bilaterali soddisfacenti.

L’aggravio di sanzioni recentemente sancito da Capitol Hill a carico della Federazione (equiparata  a Iran e Corea del Nord in termini di insidiosità) parrebbe aver tuttavia inficiato ogni aspettativa in tal senso, anche se spetterà unicamente al capo di stato  Donald Trump  tracciare il percorso futuro di entrambe le superpotenze.

Se avallasse la mozione parlamentare (optando quindi per l’intransigenza nei confronti del Cremlino, già gravato dall’accusa di ingerenza nella competizione presidenziale del 2016) la rottura diplomatica sarebbe infatti pressoché ineluttabile. Qualora invece dovesse ricusarla ponendo un veto rischierebbe di scatenare una tempesta politica interna dagli effetti imprevedibili. Comunque sia, non sarà una decisione indolore.

La mozione varata dal Congresso riflette l’estrema aggressività ostentata in ambito globale dagli Stati Uniti. Appellandosi con arroganza e insistenza a una presunta eccezionalità tendono infatti a ignorare costantemente le opinioni e gli interessi degli altri paesi“, ha tuonato il titolare russo degli Esteri Sergej Lavrov. “E con il pretesto  della nostra infondata interferenza nei loro affari nazionali stanno ora attuando una serie di provvedimenti palesemente ostili e profondamente contrari ai principi contemplati dalle leggi internazionali“.

Il risultato è che entro l’1 settembre prossimo, Washington dovrà assolutamente aver ridotto a 455 unità il proprio staff di rappresentanza in Russia (attualmente stimato in 1100 funzionari, 300 dei quali concentrati nella capitale), che oltretutto, a partire dall’inizio di agosto, non potrà ulteriormente beneficiare né del complesso ricreativo adiacente a Mosca, nè tantomeno del capannone cittadino finora utilizzato per esigenze pratiche.

E’ una questione di reciprocità“, si è limitato a osservare il ministro. “Non dimentichiamo infatti che oltre ad averci imposto la restituzione  delle due strutture di New York e del Maryland, la precedente amministrazione  si era espressa a favore dell’espulsione di 35 diplomatici russi ingiustamente tacciati di sponaggio. Tra un mese saremo pari:  i nostri rispettivi territori  ospiteranno un identico numero di emissari governativi. Senza alcuna differenza”.

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