I nordcoreani non sembrano affatto inclini a desistere dall’attuazione del programma balistico, passibile di proiettare il paese in una dimensione atomica difficilmente circoscrivibile. Poche ore fa hanno infatti testato un altro vettore intercontinentale  a lungo raggio Hwasong-14, che stavolta si sarebbe addirittura librato in aria (a 2314 miglia di quota) per circa 998 chilometri, prima di inabissarsi nel mar del Giappone.

Circostanza che avrebbe indotto Seoul a incrementare di quattro unità il sistema antimissilistico di difesa recentemente installato dagli Usa (il cosiddetto Terminal High Altitude Area Defense) in Sud Corea  con enorme apprensione del governo cinese, timoroso di interferenze  nel proprio territorio. “Esortiamo entrambi i paesi a smantellare le apparecchiature e rispettare gli  interessi della Cina“, ha spesso ribadito il ministro degli Esteri Wang Yi.

In quanto principale alleata di Pyongyang, Pechino  avrebbe dovuto mediare, su istanza globale,  la sospensione del programma nucleare e contribuire così a smorzare la tensione esplosa nella regione asiatica.  Invece – forse in virtù degli introiti garantiti dai proficui scambi commerciali con il regime incriminato (beneficiario dell’80% delle esportazioni) – ha sempre preferito limitarsi a esercitare pressioni piuttosto blande e scarsamente incisive.

Al punto da indurre il presidente statunitense Donald Trump (in procinto di approvare la legge sull’aggravio di sanzioni a carico di Russia, Iran e Corea del Nord) a valutare eventuali provvedimenti anche contro le istituzioni finanziarie cinesi che insistono (a dispetto delle numerose risoluzioni  sancite dal Consiglio di Sicurezza dell’Onu) a  collaborare con i nemici: “Questi incessanti test attentano alla sicurezza planetaria e indeboliscono l’economia nordcoreana, a danno della cittadinanza locale. Noi comunque adotteremo tutte le misure necessarie (intervento militare incluso) per salvaguardare l’integrità della nostra nazione e dei partner regionali“.

Il dispiegamento della Carl Vilson Strike Group (flotta d’asalto) a ridosso della penisola coreana e l’annoso embargo imposto dalla comunità internazionale non paiono aver inficiato le velleità offensive del famigerato dittatore Kim Jong-un, che non ha certo rinunciato a presenziare all’ennesimo lancio missilistico effettuato dai suoi deferenti collaboratori. “Abbiamo  fornito al mondo una prova concreta della nostra potenza. D’ora in poi saremo davvero  in grado di raggiungere gli Usa“.

Per alcuni esperti dell’Union of Concerned Scientists di Cambridge (Massachussetts), l’Icbm (acronimo per Intercontinental Balistic Missile) appena sperimentato dal regime (di gittata potenzialmente pari a 10mila 400 chilometri)  potrebbe agevolmente investire il versante interno del paese, con possibili effetti a Losa Angeles, Denver o Chicago. “La DPRK  (Democratic People’s Republic of Korea, n.d.r.) può adesso colpire  chiunque e in qualsiasi momento“, recita un comunicato tempestivamente diramato dalla Korean Central News Agency. “E il nostro leader ne è estremamente orgoglioso“.

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